Duccio di Boninsegna
Giotto è un gigante e una pietra miliare nella storia dell’arte mondiale. Dopo Giotto nulla sarà più come prima, e non sarà mai più possibile tornare indietro, la traccia che lascia ha un peso inimmaginabile nella cultura rinascimentale. Da Giotto nasce una corrente, che si diffonde abbastanza velocemente in tutto il centro Italia, e non solo, chiamata “giottismo”. Essa non è da intendere come una mera ripresa dello “stile” di Giotto, ma rappresenta una vera comprensione del realismo, del naturalismo e del verismo giottesco. Questa attenzione verso il popolo e l’umanità, si scontra con un’altra corrente, quella detta cortese o anche tardo gotica. In Toscana esistono dei centri dove si sviluppa la realtà comunale, come Firenze o Arezzo, dove si fa strada una borghesia, che è l’artefice dello sviluppo dei centri urbani e di una coscienza cittadina, ed è proprio qui che si afferma la corrente artistica volta all’esaltazione dell’Uomo. Differentemente, nelle corti, come a Siena o a Pisa, dove è sentita la necessità di dare un’immagine esteticamente molto bella, molto ricca, molto elegante, si nota una minore influenza delle istanze giottesche, in nome di un estetismo superficiale. Dove la cultura cortese è dominante, per esempio, a Siena, è importante notare la presenza di artisti che esprimono in modo importante un’arte legata alla corte, e tra questi, è necessario soffermarsi su Duccio di Boninsegna.

Duccio di Boninsegna, che dipinge tra fine ‘200 e inizio ‘300, è uno dei pittori più importanti della cultura senese e italiana; è un pittore aggrappato alla vecchia cultura cortese, alla vecchia eleganza, al vecchio estetismo. Ciò, però, non lo rende immune dalle novità giottesche che, all’indomani della splendida Madonna Rucellai, cominciano a emergere con forza. La pala, che si trova agli Uffizi, ha una forma cuspidata e mostra la Vergine seduta su un trono di legno, col Bambino sulle ginocchia, affiancata da tre coppie di angeli reggi-cortina. Sia la Madonna che gli angeli sono bellissimi ed elegantissimi. La Vergine è avvolta in un mantello realizzato con polvere di lapislazzuli, si staglia su un fondo in oro zecchino, evidenziando un’eleganza e una preziosità propria. La Madonna è quasi racchiusa in una veste blu, definita solo dal bordo della cimasa e apparendo quasi piatta, certamente più bidimensionale e lineare che massiccia e tridimensionale. Certamente discendente dalla cultura longobarda e carolingia, nonché influenzata da un certo linguaggio bizantino, o latamente mediterraneo, certamente ciò che caratterizza la Madonna Rucellai è proprio la bella linea. La linea è sempre legata a un concetto di eleganza, esso viene sottolineato ancora dalle lumeggiature leggerissime della tenda dietro al trono, dagli angeli, dalla veste del Bambino, dal colorito verdastro, ma con la tunica impreziosita da lumeggiature d’oro. L’iconografia della Vergine riprende certamente schemi iconografici orientali, è il tipo della Panagia Eleusa, la “Vergine della tenerezza” che ci mostra il Bambino, volgendo la testa verso di lui. Al mondo greco rimanda anche il modo di illuminare il volto e il vestito della Madonna e di Gesù Bambino; la luce non proviene, infatti, da una fonte esterna, ma direttamente dal volto; è una luce che si concentra solo sulle parti più espressive del viso (gote, fronte, mento), secondo sistemi decisamente orientali. Ci si trova davanti a un viso idealizzato, non c’è alcun riferimento al mondo reale, la Madonna ripete schemi usuali, obsoleti, propri di un mondo estraneo alle novità giottesche e distante dalla necessità di riproporre una sorta di verità naturalistica. Anche gli angeli ripetono schemi non giotteschi; nonostante siano inginocchiati, in realtà galleggiano su uno spazio incerto; il fondo oro che li accoglie è totalmente estraneo al mondo reale, dando a tutta la tavola una grande sacralità ed eleganza. All’interno di questo sistema tradizionale, però, emerge qualcosa di nuovo rispetto alla ripetizione stantìa di modelli: il trono, infatti, nonostante la leggerezza del suggerimento della tarsia lignea, è in assonometria, indicando una profondità spaziale totalmente inconsueta che, certamente, è tutt’altro che prospettiva o spazio cubico ma che, contemporaneamente, prende le distanze da linearismo bidimensionale tardo gotico.
Un’opera eccezionale, certamente il capolavoro di Duccio è, però, la Maestà del Duomo di Siena. Il polittico, gigantesco, è formato da una grande tavola centrale, entro due colonnine tortili dorate, dipinta su ambedue i lati, posta su basamento, suddiviso in predelle, che ci conclude con una cimasa con pinnacoli e timpani di chiaro sapore tardo-gotico.

L’immagine principale mostra i segni di un profondo cambiamento nell’arte di Duccio, nonostante un’evidente volontà di aggrapparsi alla propria tradizione senese. La Vergine ripete la stessa iconografia e lo stesso linguaggio della Madonna Rucellai (l’icona della Vergine Eleusa, le lumeggiature dorate, il linearismo accentuato e il colorito verdastro), ma è accolta da un trono monumentale, ben più massiccio e largo di quello Rucellai, non più ligneo ma marmoreo. Il trono, che somiglia di più ad un’architettura marmorea che ad una sedia, accoglie la Vergine che è seduta addirittura su un cuscino coperto da un drappo ricadente sul davanti. Accanto al trono c’è una moltitudine di santi, ognuno caratterizzato dai propri attributi iconografici e anche da caratteristiche fisiognomiche diverse. Nonostante questa volontà di veridicità, però, ogni figura è trattata in maniera elegantissima; i corpi sono leggermente allungati e le pieghe, che scendono sul corpo, spesso tendono ad assumere una linea astratta, ripetendo la forma “a goccia”, che risponde a necessità più compositivo-lineari che non tridimensionali. Nonostante ogni personaggio abbia una sua apparente tridimensionalità, nessuno di loro vive un vero e proprio spazio. Le figure appaiono ammassate e non si ha la possibilità di comprendere se realmente si pongono su filari o se la profondità è annullata dal rigogliosissimo fondo oro. Analizzando gli stessi angeli non è possibile capire se circondano il trono o se sono semplicemente affacciati su di esso, come se stessero galleggiando, come avveniva per la Madonna Rucellai. Lo spazio proposto è ambiguo, in bilico tra la ripetizione pedissequa di schemi antiquati e apparentemente accogliente istanze dimensionali di origine giottesca.
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